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Si dice che il ciliegio
sia originario dell’Asia; sarà forse per questo che lo ritroviamo
nelle antiche poesie cinesi, e che in Giappone, per gli scintoisti, è oggetto
di venerazione e culto tanto che alla sua fioritura è riservata
una grande festa: quelle bianche nuvole di petali rappresentano
la felicità finora effimera ma anche la beatitudine
eterna.
Nella nostra vecchia Europa il ciliegio selvatico è indigeno; nell’antica
grecia si parlava di ciliegio domestico sin dai tempi di Alessandro. Erodono,
nel libro IV della sua Storia, racconta che oltre il territorio degli Sciti si
trova un’ampia regione ai piedi di alte montagne dove gli abitanti si cibano
del frutto degli alberi: “Pontico si chiama l’albero del cui prodotto
si cibano; ha le dimensioni di una pianta di fico, più o meno, e produce
un frutto grande come una fava che ha il nòcciolo; quando è maturo
lo filtrano attraverso panni e ne cola un succo denso e scuro che chiamano “aschi”;
se lo sorseggiano e lo bevono mescolato al latte…”.
Secondo Plinio, il grande buongustaio Lucullo reduce dalla guerra contro
Mitridate, portò a Roma le alproniane, le nostre marasche, che in seguito furono
esportate in Britannia. A quel tempo erano già conosciute le duraninae
che venivano coltivate fin sul Reno e in Belgio. I ciliegi appartengono alla
grande famiglia delle Rosacee, piante dicotiledoni con numerosissime specie sia
erbacee che legnose distribuite in tutto il mondo, il genere Prunus conta circa
duecento specie, ma è dal Ciliegio montano, Prunus Avium I., che derivano
le tante cultivar per la produzione dei frutti. E’ stato denominato avium
perché quasi tutti gli uccelli sono ghiotti delle sue drupe e anche perché è da
loro che viene disseminato su larghe aree: il nòcciolo che ingeriscono
con la polpa viene espulso con le feci e cade ai piedi degli alberi dove
gli uccelli vanno appollaiarsi per digerire.
Nascerà, e in pochi anni diventerà un albero di bell’aspetto.
Può raggiungere un’altezza di venticinque metri e il diametro di
quasi un metro, diritto di fusto e non molto ramificato. Si espande se è isolato.
La corteccia, formata da vari strati, è bruno chiara ma con gli anni diventerà più scura
e screpolata; le radici sono molto estese, fittonanti, dalle più superficiali
fuoriescono numerosi polloni. Le gemme sui rami sono raccolte a mazzetti,
di colore nerastro, con le squame orlate di chiaro.
Le foglie alterne, ovase e lunghe fino a quindici centimetri, dentate e
con le nervature ben evidenti; i fiori sono ermafroditi, in fascetti corimbosi
peduncolati
con la corolla a petali bianchi rotondato-smarginati. Il frutto è la bella
drupa che tutti sanno, distillata dà limpido kirsch. Il legno del ciliegio
selvatico è di un meraviglioso colore rosato, lucido, elastico e particolarmente
adatto per i lavori dei bravi artigiani falegnami. L’areale dove vegeta
copre una vasta zona eurasica, vive spontaneo nelle foreste di latifoglie e in
certe località si arrampica fino a millesettecento metri d’altitudine;
ama le pendici solatie e i terreni calcarei. D’autunno il suo fogliame
diventa una brillante orifiamma che illumina i boschi più scuri. |
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